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Col tempo fu costruito un altare in marmo e fu-rono posti nei pressi dell'altare due busti: uno del Cuore di Gesù , e l'altro della Vergine Maria, costruiti probabilmente in legno o in gesso. Successivamente gli stessi due busti furono rifatti in materiale lapideo e posti ne-gli stessi punti degli originali. Verso la fine del Seicen-to si costruì un romitorio a due piani, con entrata auto-noma verso l'esterno, e successivamente una di servizio a lato destro della chiesetta (oggi coperto con il gruppo dell'acquasantiera). Verso il 188o uno scalpellino nonché bravo fotogra-fo, che gestiva una cartoleria in paese, di nome Angelo Barone, iniziò a scolpire dei gruppi di statue rappresen-tanti la vita di Gesù e dei Santi, aiutato nella sua opera dal figlio Alfonso. Alla morte di Angelo, avvenuta il 19 maggio 1917, Alfonso, ormai affermato pittore e fotogra-fo, ultimò l'opera, aggiungendo ed abbellendo la chiesetta anche con degli affreschi. Il tempo passa e verso gli inizi degli anni '60 un ragazzo (qualcuno racconta che fossero in due), per una bravata o momento di pura fol-lia, entra nella chiesetta e con un bastone inizia a decapi-tare e a rompere gli arti delle statue, riducendo la mera-vigliosa casa di Dio, in un ammasso di macerie. (Voci del popolo vogliono che, uscendo dalla chiesa, l'autore del misfatto abbia pagato il suo gesto con pena similare). Ma la Madonna grande e generosa, pochi anni dopo il triste evento, dà la possibilità a Giorgio Barone, nipote di Angelo ed Alfonso, di tornare a Pizzo. Scultore anche lui, era dovuto partire in gioventù per terre lontane alla ricerca di una vita migliore. Diventato all'estero un grande scultore, decise nell'estate del '67 di tornare al borgo natio, per rivedere i vecchi amici ed i luoghi a lui tanto cari. Nel lido balneare di Mastro `Ndoni Malferà a pochi passi da Piedigrotta, Giorgio che era andato a trovare il vecchio compagno di giochi, nel voler lasciare in ricor-do la statua di una sirena, venne invitato dal figlio del-l'amico a visitare la chiesetta...con l'intento di provare a restaurarla... L'uomo e il ragazzino incamminatisi verso il Luogo Sacro da quel giorno iniziarono a rimettere in piedi gratuitamente l'ipogeo, facendolo giungere così fino a noi. Giorgio era ritornato a Pizzo solo per stare 2 settimane, invece, vi passò insieme con Mimmo, Pietro, Giorgio e Pino (i suoi piccoli aiutanti), tutta l'estate e l'autunno del '67 e quelli del '68, lavorando ininterrottamente per ridare l'antico splendore al capolavoro dei suoi avi. Dal racconto dell'allievo di Giorgio Barone, Domenico Malferà, scaturisce la consapevolezza di un altro miracolo di Santa Maria di Piedigrotta: «Abbiamo modellato quelle statue avendo a disposizione solo dei coltelli da cucina, una pala, dei pennelli e dei secchi di pittura dismessi. Non avevamo immagini o foto da copiare, le statue prendevano forma da sole sotto le nostre mani. Non ho dubbi, è stato proprio un miracolo!» Un altro mito da sfatare è che le statue non sono fatte «solo e di semplice "tufo"», in quanto se fosse stato così, sotto l'azione della salsedine, della percolazione dell'acqua e dei vari microrganismi di natura biologica, le statue non sarebbero durate neanche due mesi. Dall'esperienza diretta degli allievi di Giorgio, apprendiamo che la roccia autoctona veniva ridotta in polvere ed impastata con una certa quantità di calce, cemento bianco e grigio, mentre per gli arti di alcune statue e strutture di altre il tutto veniva rinforzato con dei ferri, detti comunemente in edilizia "tondini". Ad avvalorare questa tesi, basta osservare "L'angelo della morte", infatti, dopo il crollo delle braccia, sono rimasti scoperti i ferri arrugginiti che ne rappresentavano l'anima strutturale. Al tempo di Angelo ed Alfonso, invece, al posto del cemento venive usata la calce.

Ma sfortunatamente, il restauro conclusosi nel 68 e riconosciuto ufficialmente nel 69 con un ringraziamento pubblico a Giorgio Barone nella sala del consiglio del Comune di Pizzo, ad opera dell'assessore mannacio e dal sindaco dell'epoca Amodio, non fu l'ultimo. Mani poco dotate e improvvisate ritoccarono le magnifiche statue degradate con cemento puro di colore grigio, apportando gravi danni al complesso artistico. A questi ignoti va un sicuro ammonimento, poichè hanno provocato danni irreparabili ad un bene così importante artisticamente e religiosamente parlando. A scagionarli però, la loro sicura buona fede, che ahimè non basta a cancellare il male fatto.