A caccia di prove

Nelle ricerche che ho effettuato grande importanza meritano gli articoli di giornale di quegli anni, visto che i libri, a parte quello del Tranquillo e qual- che eco del Raffaello Molè con Fasti e nefasti della città di Pizzo, dicono ben poco sulla nostra chiesetta e sui suoi perchè. L’articolo pubblicato su “Tempo” del 3 maggio 1952 conferma la mia tesi. Ho cercato questo pezzo da per tutto, su internet, venditori di libri antichi e giornali d’epoca nelle varie città, sono andata perfino diverse volte nelle varie Biblioteche e Archivi di Roma, Napoli e Reggio Calabria, ma niente, non si trovava una copia neanche a pagarla oro.

E quando avevo perso davvero le speranze, ecco che la Madonnina di Piedigrotta fa un piccolo miracolo per me. L’amico giornalista, Franco Vallone, ne viene in possesso e me lo mette a disposizione per il libro. Ipotizzare un qualcosa è da tutti, trovare testimonianze orali e documentate, diventa verità. «Mentre il cartolaio di Pizzo moriva la campana della Madonna di tufo suonava a distesa», questo il titolo a caratteri cubitali dell’articolo che si estende da pagina 18 a pagina 20 della rubrica Italia Magica numero 4.

L’autore che si firma con le iniziali F.P. scrive:
«(…) le genti del sito costruirono sul posto una piccola nicchia, scavandola nel tufo e l’immagine del- la Madonna venne appesa alla parete. Una successiva mareggiata riprese la Madonna, e l’immagine venne poi trovata a una quarantina di metri circa più a nord del luogo ove il mare l’aveva strappata. Un cartolaio di Pizzo Calabro, Angelo Barone, disse vedendola: “E’ qui che la Madonna vuole stare di casa”, e per devozione cominciò a scavare quella straordinaria cappella che racchiude oggi ottanta statue scolpite nel tufo». Alcune date citate non sono esatte, ma i contenuti sono testimonianze di gente del tempo e dei familiari dei Barone, tra questi vi è anche quella di Angelo Savelli, apprezzato pittore a livello internazionale. «La grotta nel tufo cui hanno lavorato per quasi cinquant’anni due generazioni di Barone corre il rischio di polverizzarsi sotto la sferza dei venti che vengono dal mare. (…) La iniziò per devozione nel 1904 Angelo Barone, cartolaio e fotografo di Pizzo Calabro. Aveva un fratello prete a Pizzo, Don Carmine, che viveva in odore di santità. Angelo era già in là con gli anni quando prese ad andare ogni giorno avanti e in- dietro col piccone, trattenendosi tutte le ore di luce a scavare nel tufo. Vi andava all’ alba con un poco di cibo, e ritornava al tramonto. Passò le ultime tremila ore della sua vita a dare colpi di piccone. Aveva un figlio: Alfonso, talentaccio anche lui, come il padre. Il figlio aveva già fatto passi avanti e dalla fotografia era giunto alla pittura. Per devozione divenne scultore e mentre il padre risolveva col piccone i problemi architettonici, il figlio ricavava figure dal tufo».

A questo punto bisogna dire che grazie a una pubblicazione datata 11 novembre del 1900 ad opera del Cavaliere Pasquale Vacatello, Ufficiale sanitario, e Direttore responsabile del giornale “Pro Rege Umberto”, numero unico, possiamo affermare con certezza che le statue erano già state iniziate molto tempo prima del 1904, visto che in tale pubblicazione si chiedeva ai cittadini e al Comune «una conveniente facciata e una più comoda strada di accesso». L’articolo-appello del Cavaliere Vacatello intitolato “La chiesuola di Piedigrotta – Alla Riviera” diceva: «Alla pietosa attività dei signori Angelo Barone e figlio Alfonso giunga una parola di plauso sincero per gli artistici ed origina- li scavi da loro medesimi praticati nella rupe continua alla chiesuola di Piedigrotta, e rappresentanti da una parte il Sepolcro (?) di Gesù Cristo e dall’altra il Presepe, i quali attirano la meraviglia, oltre chè della cittadinanza, di migliaia di forestieri. Gli scavi, sotto forma di volte da cui pendono splendide stalattiti e presso cui zampillano delle acque, costa- no lavoro immenso, assiduo, paziente e rivelano nei bravi autori un gusto del tutto fine ed elegante. Il pellegrinaggio a questa chiesuola è continuo: tanto più che ivi si venera un antico quadro della Madonna ricuperatosi da circa due secoli nel naufragio di un legno forestiero. Sarebbe ora desidera- bile che la pietà dei cittadini, coadiuvata dall’ obolo del municipio, provvedesse ad una conveniente facciata e ad una più comoda strada di accesso.

Il pregio indiscutibile dei summenzionati lavori rende imperiosa questa necessità». Azzardando quindi un’ipotesi con i dati in possesso e le testimonianze orali, posso ipotizzare la data dell’inizio lavoro di Angelo Barone all’ incirca verso il 1880. Continuando a leggere l’articolo del “Tempo” del ’52, apprendiamo che alla morte di Angelo (avvenuta a 62 anni il 19 maggio del 1917 – Certificato di morte, Comune di Pizzo) erano già state realizzate ventisette statue. Mentre a quella di Alfonso avvenuta a 73 anni il 18 aprile 1951 (Certificato di Morte, Comune di Pizzo), F.P. riferisce: « (…) Il figlio è morto l’anno scorso: stava lavorando ad un arcangelo Gabriele, l’ottantesimo personaggio della grotta. Non si sa se la campana della grotta abbia suonato a distesa per lui morente, come aveva suonato per il padre. C’era, quel giorno, una tempesta violenta urlavano il vento e il mare. Gli elementi avvertivano che con la morte di Alfonso ritornavano ad essere loro i più forti». Sempre dalle pagine di questo articolo si apprende che il primo gruppo di statue fu sistemato da Alfonso Barone nella parte nord-est della grotta e che rappresentava la scena della Nascita del Cristo. Nella parte sud venne realizzato il secondo gruppo

di statue, che illustrava la Pesca Miracolosa. « (…) Quando morì il vecchio Barone, già il figlio aveva realizzato questo gruppo». Questo posizionamento, tutt’ oggi esistente ci fa capire che la chiesa è stata scavata dall’ abside verso il mare e non viceversa. Questo si può dedurre anche dalla presenza delle scale “preistoriche” come chiamate più tardi da F.P., e dalla relazione tecnica del geologo Giuseppe Lococo che indicano le antiche entrate alla grotta dalla parte superiore del sito. E ancora andando avanti con la lettura si apprende che: «La grotta prende aria da alcune finestre verso il mare, e da lucernari ricavati nella volta. La parte scultorea è quella più appariscente, ma il lavoro di scavo, il lavoro architettonico, come dicono i familiari degli artisti, richiedette moltissimi anni e fece correre al vecchio un rischio gravissimo, dal quale si salvò per miracolo. Infatti mentre egli scavava, sentì al di fuori come un colpo secco di fucile, cui non prestò caso. A un secondo schianto più forte del primo, uscì senza affrettarsi, per vedere che stava accadendo. Fu proprio allora che crollò la volta alla quale lavora- va per ricavare un lucernario». Un altro miracolo della Madonna di Piedigrotta, dunque, che non sarà l’ultimo, come vedremo in seguito. Dallo stesso te- sto ci viene testimoniato finalmente la vera identità del sacerdote, infatti: «appena entrati nella grotta,

La parabola dei ciechi e dei storpi

a sinistra, c’è il gruppo detto della Comunione. Il Sacerdote di tufo è lo zio prete, Don Carmine. L’uomo inginocchiato è Angelo Barone». Mentre il San Giorgio che trafigge il drago davanti la nicchia della Madonna di Lourdes ritrae le fattezze di un cugino del Barone che andò in America e vi fece fortuna. Scopriamo dunque che il bassorilievo vicino la Madonna apparsa a Bernaddette non rappresenta il ritorno dalla Grande Guerra o un pellegrinaggio di in- fermi a Lourdes, come per anni alcuni hanno affermato, ma la parabola degli storpi e dei ciechi. Mentre per il gruppo della Pesca Miracolosa F.P. asserisce che: «Alfonso Barone tentò anche di affrescare la roccia, colorando i fondali delle scene. Ma l’umidità e gli agenti atmosferici hanno sfalsato i colori creando tonalità fiabesche». L’articolo del 3 maggio del ’52 si conclude a pagina 20 riassumendo in cifre il lavoro dei Barone: «La superficie della grotta è di circa 220 metri quadrati; sono stati lavorati al piccone e sbancati circa 800 metri cubi di tufo; le statue complessivamente hanno il volume di poco più di 12 metri cubi. La grotta ha due piani, e al secondo, che si trova al livello della strada che corre all’ esterno della roccia, si giunge a mezzo di scale che paiono preistoriche. Devoti dei paesi al- l’intorno pregano davanti alla Madonnina della chiesetta di tufo, e le attribuiscono molti miracoli e il salvataggio di navi in balia della tempesta. Tutta la gente di Pizzo Calabro ricorda ancora fra l’altro quei giorni del 1910 quando Angelo Barone entrò in agonia. La campana della grotta prese a suonare a singhiozzi; e tacque solo quando il cartolaio esalò l’ultimo respiro». Un altro miracolo di Santa Maria di Piedigrotta che viene raccontato in questo servizio riguarda sempre Angelo, che tornando a casa al tramonto dopo una giornata di lavoro mise un piede in fallo, e il terreno scivoloso per la pioggia gli fece fare un ruzzolone lungo la scarpata melmosa, facendolo cadere in mare. Quando ebbe di nuovo

raggiunto la strada si accorse che i panni non erano bagnati e che non portavano nessuna traccia di fango. Già nel ’52 alcuni personaggi della Pesca Miracolosa erano degradati, ad alcuni era caduta anche la testa, e proprio dall’ ultima pagina di questo prezioso servizio giornalistico apprendiamo che in merito a ciò «(…) il nipote di Alfonso Barone, il pittore Angelo Savelli, si ripromette di dedicare le sue vacanze al restauro delle statue in più gravi condizioni. Lascerà via Margotta per la natia Pizzo. Lo deve alla memoria dello zio che gli mise in mano i pennelli iniziandolo all’arte». Ma ciò non si avverò mai…
Un altro articolo, il cui ritrovamento mi ha davvero fatto commuovere è stato quello del 12 settembre del 1967 pubblicato a pagina 5 della Cronaca della Calabria sul giornale “Il Tempo” a firma di Mimmo Saverio Romei. La copia, ingiallita e rovinata, è stata rinvenuta dove non pensavo mai potesse essere: nella scatola delle fotografie di famiglia della signora Annunziata Di Iorgi, la nipote di Giorgio Barone. Una simpaticissima e affettuosa anziana che “loda” con profondo amore “ ’U ziu Giorgi” e che

tiene le sue foto e alcuni scritti come reliquie. La conobbi per caso l’anno scorso, accompagnando a casa sua Ermanno, suo cugino. Era il 7 luglio del 2006, da poco c’era stata la tragica alluvione che aveva colpito il vibonese. Ermanno, mio penfriend da qualche anno, approfittando dei mondiali in Germania, venne in Calabria a trovarmi. Insieme con mio padre andammo a prenderlo all’ Hotel Rocca Nettuno di Tropea, e passammo con lui un’intera giornata a Pizzo, parlando della storia della chiesetta, di suo padre, e del degrado che inesorabile avanza distruggendo le statue. Ritornando dal primo viaggio fatto a Roma e non avendo trovato niente sulla chiesetta tranne qualche cartolina, ero molto abbattuta, non riuscivo a trovare niente di scritto che attestasse quello che da molti anni mio padre diceva, e che nessuno credeva. Il repertorio letterario del ‘900 su questa chiesetta è stato poco veritiero, ognuno ci metteva del suo, e fuori uscivano favole che la gente prendeva erroneamente per oro colato, facendo innestare nell’ opinione pubblica un’idea completamente sbagliata e distorta della storia e dei significati di quella grotta sacra e unica al mondo. Queste parole non vogliono offendere nessuno, rappresentano soltanto il mio pensiero, volto sempre alla vittoria della verità, e dell’onestà intellettuale, basata su fatti concreti e dati veri. Dopo poche settimane dal viaggio di ritorno da Napoli, e quindi dalla Piedigrotta di Mergellina, non avendo trovato nulla sulla chiesa napitina, a mio padre venne l’idea di andare a parlare con la signora Annunziata, ricordando che nella vetrinetta della stanza da pranzo, teneva ben esposta la foto del giorno della prima comunione di Giorgio Barone. La signora, gentilissima, non solo mi ha fatto passare allo scanner quella foto, ma mi ha schiuso il suo prezioso scrigno fatto di ricordi e di fotografie e da quell’ articolo che ricordava vivamente mio padre. Inutile negare la commozione e la felicità provate nel vedere quel foglio giallo con le scritte piccole e la foto di Giorgio con i due medaglioni di Papa Giovanni XXIII e Kennedy datati 1967. Quel- l’articolo, che sapeva di polvere e di chiuso, da decenni si trovava lì su tutte le foto a un passo da noi. Quante volte sentii mio padre raccontare di Romei che andò lì ad intervistare Giorgio, mentre loro lavoravano in silenzio per rimettere a nuovo la casa della Madonnina con miscele di cemento bianco, grigio calce e roccia autoctona sbriciolata. Quante volte ascoltai affascinata le storie che Giorgio raccontava a mio padre e che lui di riflesso ripeteva a me. La costruzione della grande statua di un vichingo, o il monumento con sembianze di un cavallo inaugurato dal presidente canadese, e tanto altro. Quelle storie ormai le avevo fatte mie e in quell’ articolo la leggenda cedeva il posto alla realtà. «Per “redimere” Fidel è tornato dal Canada». Questo il grande titolo sulla foto sopra citata scattata dal mitico fotografo pizzitano Barbagallo, che ha immortalato lo scultore Giorgio Barone accanto alla sua

opera nell’interno della chiesetta mentre dava gli ultimi ritocchi ai medaglioni. Più in basso l’articolo, dal titolone «Giovanni XXIII, Kennedy e Castro in una chiesetta di Pizzo Calabro». E, meraviglia delle meraviglie, il sottotitolo dava ragione e soddisfazione a mio padre annunciando quello che ha sempre asserito in questi anni sulla locazione e il perché del- la statua più chiacchierata di questa chiesetta: quella di Fidel Castro. Infatti sul giornale “Il Tempo” del 12 settembre 1967 risalta subito agli occhi curiosi del lettore: «I bassorilievi dei primi due personaggi, scolpiti dal concittadino Barone, si trovano nel tempio della Madonnella di Piedigrotta, mentre quello del dittatore cubano è stato posto vicino all’ altare della Vergine di Pompei». Quindi Castro non è il pescatore sonnecchiante immortalato ai piedi dei due Medaglioni, ora ne abbiamo la certezza assoluta e documentata dallo stesso Giorgio che lo plasmò. L’articolo inizia così: «Pizzo, 11 (settembre). Dobbiamo convincerci ogni giorno di più, che taluni personaggi della vita contemporanea, sono venuti prepotentemente a fare parte della esplosione della sensibilità umana. (…) Per quanto concerne, poi, personaggi della statura di Papa Giovanni e del Presidente Kennedy che vengono definiti gli “apostoli della pace”, allora l’entusiasmo maggiormente si manifesta anche e soprattutto nella creazione artistica». L’ottima penna del Romei racconta l’impresa napitina di Giorgio, continuando: «Pizzo, per merito di un concittadino scultore, tanto conosciuto e da molti anni residente in Canada, è entrato nel novero di quella infinità di città che offrono una prova tangibile della loro ammirazione verso i due defunti personaggi della nostra epoca. E Pizzo lo fa in maniera molto artistica, in forma addirittura inedita rispetto a tutte le altre città. Perché i rilievi circolari dal diametro di circa un metro e mezzo raffiguranti busti di Papa Roncalli e di Kennedy, sono stati scolpiti nella caratteristica, antica e molto turistica chiesetta della Madonnella di Piedigrotta ricavata circa un secolo fa nel tufo in riva al mare. Una chiesetta aperta al culto dal profilo e dalla struttura che avvincono, di cui ci interessammo qualche anno fa e di cui si interessò la televisione». L’autore rende merito allo scultore italocanadese asserendo riferendosi a lui: «(…) sulle orme dei suoi illustri parenti artefici di un centenario luogo di superlativa attrazione, ha voluto – nel corso di questi ultimi giorni, prima di ripartire da Pizzo presso cui è ritornato per un breve periodo di ferie dopo 16 anni di assenza accompagnato dalla moglie e da una graziosa figliola lasciare anche un suo affettuoso omaggio. Giorgio Barone poco più che cinquantenne, per come dicevamo, abita a

Winnipeg Manitoba nel Canada dove ha lo studio e le sue opere sono molto apprezzate. Ha scolpito statue, rilievi, bassorilievi e tanti altri lavori per conto di quel Governo e delle province di quello Stato, suscitando vasti consensi di critica. Particolarmente ha allestito per il Giurili una statua raffigurante lo sbarco dei primi vichinghi presso il lago di Winnipeg». Scorrendo più in là con gli occhi apprendiamo dal Romei il mistero di Castro nella Piedigrotta: «Abbiamo conosciuto con piacere questo nostro valoroso artista che, grazie anche all’ interessamento dell’assessore al turismo Mannacio, si è dato da fare per restaurare talune statue mutilate dai vandali, ma soprattutto per le sculture di Papa Giovanni e di Kennedy. In un angoletto, ai piedi di un altare dedicato alla Vergine di Pompei, ha anche raffigurato il rivoluzionario Fidel Castro in posizione orante e l’artista ci dice che vuole essere un suo augurio, che il dittatore possa ravvedersi dei suoi errori, riconoscere l’immensità della nostra religione, in modo che quel Paese cambi regime».

Una preghiera di pace, aggiungo io, notando anche la statua rappresentata appoggiata ad un bastone, sperando che Castro “ricada” nella religione cattolica, essendo stato lui un cattolico convinto prima della rivoluzione. La preghiera di Giorgio è una preghiera che abbraccia la pace globale, con la scampata Terza Guerra Mondiale, finito l’incubo della Guerra Fredda e, dopo la morte di due Icone di quei tempi, scomparse entrambe nel 1963 (Papa Giovanni XXIII e Kennedy), Giorgio affida alla miracolosa Madonnella di Piedigrotta la sua semplice preghiera, che si avvererà nel 2000, quando Castro permetterà ufficialmente a Papa Giovanni Paolo II di entrare a Cuba, non come Capo di uno Stato, ma come Ministro della Chiesa Cattolica dando ai cubani la possibilità di professare il culto cristiano in totale libertà. Peccato che Giorgio non potè assistere a tale evento, visto che la sua morte avvenne nel 1992.

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