I caratteri geologici del geologo Giuseppe Lococo

E’ comunemente indicato che la chiesetta di Piedigrotta sia scavata nel tufo. Dal punto di vista geologico questa indicazione è errata: difatti tufo è per definizione una roccia piroclastica vulcanica ovvero è una roccia di origine vulcanica composta da elementi quali brecce, lapilli e ceneri vulcaniche quasi sempre saldati fra di loro. Per contro la nostra chiesetta è stata scavata in rocce sedimentarie di origine marina che sono classificabili nell’ambito di arenarie e ruditi .

Sono arenarie perché parte dei clasti costituenti sono della taglia sabbia (ordine del mm. o frazione di mm); sono ruditi perché parte dei clasti sono della taglia brecce e ciottoli, ovvero hanno taglia superiore alla sabbie e giungono sino a valori di centimetri. Infine sono arenarie e ruditi e non semplicemente sabbie e brecce perché i granuli sono cementati fra loro con cemento, in questo comune caso, calcareo. Inoltre esse includono molti elementi di origine organogena essendo ricche, come sono, di gusci di brachiopodi, ricci di mare, pezzi di corallo che sono composti di calcare e che sono immediatamente visibili su tutti gli affioramenti. E comunque sono molto belli dal punto di vista estetico e significativi dal punto di vista paleontologico tanto è che queste rocce, in virtù dei fossili contenuti, appartengono al Pleistocene – Pliocene Superiore. Sono dunque piuttosto recenti. I clasti componenti il nostro litotipo sono rocce metamorfiche e granitiche (gneiss; scisti; graniti e quarziti) e provengono dallo smantellamento della catena costiera che è posta alle spalle di Pizzo a cui sono stati aggiunti e “mescolati” grandi quantitativi di gusci di origine organogena di cui si è già detto. La cementazione carbonatica di queste arenarie è di grado medio; ciò significa che esse sono discretamente lavorabili, erodibili e mantengono un buon grado di porosità ove i pori (piccoli vuoti nella massa rocciosa) sono fra loro intercomunicanti e quindi le conferiscono un discreto – buon grado di permeabilità. Questo aspetto non è banale ma riveste grande significato alla luce di quanto verrà di seguito riportato. Le arenarie – calciruditi in questione sono, dal punto di vista sedimentologico, dei depositi di accumulo di frane in ambiente sottomarino ma non molto profondo (10 – 20 metri di profondità); esse sono costituite in banconi di spessore plurimetrico i quali sono debolmente inclinati verso il mar Tirreno. La genesi di queste arenarie è spiegabile, grosso modo, in quattro veloci battute: i clasti prodotti dallo smantellamento della catena costiera tramite vecchi e scomparsi corsi d’acqua, giungevano sino al bordo di un vecchio mare (diverso dall’attuale Tirreno), si accumulavano e quindi franavano nel mare prospiciente. Queste frane sottomarine raccoglievano e trasportavano con loro tutti gli organismi marini dotati di robusto guscio calcareo e infine depositavano il loro carico solido creando i banconi già descritti. Dal punto di vista sedimentologico questi corpi sedimentari sono definibili come torbiditi prossimali che mostrano spesso di avere una gradazione diretta (ovvero alla base di ogni banco si hanno i clasti più grossi e pesanti mentre verso l’alto del banco si hanno i clasti più piccoli).

Ogni nuovo corpo di frana erodeva (parzialmente) il tetto del bancone già esistente (frana precedente), tanto è vero che i contatti fra due banconi sono debolmente ma significativamente erosivi, ed infine con il consolidamento e con la precipitazione di cemento carbonatico di chiara origine marina, i clasti venivano cementati assumendo i caratteri prima descritti.

Con il sollevamento isostatico della penisola calabrese queste arenarie, dal mare di formazione, venivano a trovarsi in ambiente subareo sino a costituire l’attuale costa napitina.

Ma questa è storia quasi recente e di grande significato per la ricostruzione ambientale che stiamo per offrire. Le acque dolci di falda sotterranea che sono contenute nelle rocce della catena costiera fluiscono verso il mare (dall’alto topografico verso il basso) e giungono nelle arenarie della chiesetta di Piedigrotta dove emergono e costituiscono una sorgente. Sono arcinote le emergenze sorgentizie e i pozzi posti a monte e a valle della strada provinciale Pizzo – Sant’Onofrio; in località Mazzotta di Pizzo, alla base della esistente autostrada che dimostrano in maniera inequivocabile la presenza e l’importanza di questa grande falda idrica. Le acque sotterranee sgorgano e sgorgavano anche nel sito che sarebbe diventato poi Piedigrotta e ciò è dovuto alla presenza di quella che prima è stata definita permeabilità delle rocce, ovvero quel sistema di vuoti che consente alle acque sotterranee di essere immagazzinate ed a circolare dall’alto verso il basso. Esiste dunque una falda nella chiesetta di Piedigrotta e questa falda emergeva naturalmente anche nei tempi antichi, sulla spiaggia di Piedigrotta. Ma la falda emerge, allo stesso livello, in tutte le grotte che esistono fra Piedigrotta e la stazione ferroviaria di Pizzo.

Consideriamo ora un fatto molto importante: le acque dolci sotterranee sono capaci di disciogliere il calcare presente nelle rocce stesse. Il discioglimento del calcare comporta la creazione di vuoti sotterranei che in gergo sono denominati cavità carsiche sulle cui pareti si ritrovano quelle bellissime formazioni dette stalattiti e stalagmiti. Queste formazioni si ritrovano anche nella Chiesa di Piedigrotta ancora incastonate alle pareti o presenti nei blocchi utilizzati per creare le pareti divisorie della chiesa stessa (come si può vedere nelle foto …).

Tutti gli elementi finora raccolti e riportati dimostrano in via definitiva che:

  • il sito della attuale chiesa era una cavità carsica creata dalla falda ancora esistente;
  • che detta falda emergeva dalle pareti antistanti la spiaggia attuale;
  • che vi è stato l’intervento antropico atto a creare uno scavo nella roccia al fine di rendere più comodo il recupero e l’utilizzo dell’acqua dolce;
  • che detta falda si ritrova anche nelle grotte vicine e contigue;
  • che la chiesa è stata costruita all’interno di questo preesistente scavo per suo successivo allargamento e approfondimento.

Dai segni diagnostici attualmente rilevabili risulta che il livello della falda idrica nella chiesa si è abbassato di almeno 2 metri rispetto al suo livello originario e ciò dipende dalla diminuita quantità di pioggia annuale e anche dai notevoli prelievi di acqua effettuati tramite pozzi a monte del sito ma a dimostrazione della qualità dello studio effettuato si riporta che solo 30 metri a sud del sito di Piedigrotta si registrano delle emergenze sorgentizie perenni di acqua dolce, segnate da tappeti di alghe verdi, che tappezzano le pareti della scogliera arenacea e che si riversano placidamente sulla sottostante spiaggia. Viene a dire che in passato l’uomo è intervenuto a modificare, scavando, il paesaggio per il recupero più facile dell’acqua dolce e che, con grande probabilità, la chiesetta di Piedigrotta è stata ricavata per rielaborazioni successive da una primitiva grotta che fungeva da captazione e recupero delle acque di falda .

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